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Quando il pensiero vacilla, conoscere è prendersi cura

16 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

“La mente non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere.” (Plutarco)



Le funzioni cognitive: cosa sono e perché contano

 

Le funzioni cognitive sono quelle capacità mentali che ci permettono di percepire il mondo esterno (attraverso i sensi), elaborare le informazioni (attenzione, memoria, ragionamento, pianificazione), comunicare (linguaggio, comprensione ed espressione), orientarci, riconoscere volti, oggetti e contesti, decidere e organizzare azioni quotidiane.

 

Sono il filo invisibile che collega chi siamo — i nostri ricordi, ciò che sappiamo, la nostra capacità di acquisire nuove conoscenze — con ciò che facciamo ogni giorno: parlare, vestirci, cucinare, muoverci, imparare, osservare, decidere per noi stessi.

 

Quando funzionano bene, danno un senso di continuità, autonomia, dignità: proteggono la persona dall’essere “solo spettatore” della propria vita.

 

Riconoscere i segnali precoci - quando le funzioni cognitive cominciano a vacillare

 

Non tutte le demenze iniziano allo stesso modo, né con gli stessi sintomi. Riconoscere i segni iniziali può fare una grande differenza nella diagnosi precoce – e quindi nella possibilità di intervenire per ritardare il declino e migliorare la qualità di vita.

 

Alcuni segnali possono essere:

  • difficoltà a ricordare eventi recenti (non semplicemente un nome o un appuntamento, ma ripetute imprecisioni)

  • rallentamento nel comprendere conversazioni o istruzioni

  • problemi a trovare le parole giuste quando si parla

  • difficoltà nel gestire compiti abituali che richiedono più passaggi (organizzazione, pianificazione)

  • cambiamenti nel giudizio, nella capacità di prendere decisioni, nella valutazione delle situazioni

  • perdita di orientamento in luoghi familiari, confusione crescente.

 

Spesso questi segnali vengono attribuiti all’età o allo stress, ma quando si manifestano con frequenza o intensità crescente, è importante non sottovalutarli.

 

Diversi esperti si sono espressi riguardo a questi temi. Il professor Antonio Guaita (geriatra, direttore della Fondazione Golgi Cenci  (https://www.golgicenci.it) sottolinea che la “riserva cognitiva” è un concetto chiave: non tutte le persone con gli stessi cambiamenti biologici nel cervello sviluppano demenza allo stesso modo.

La storia personale, l’istruzione, l’impegno intellettuale, lo stile di vita e le relazioni hanno un ruolo protettivo. Il professor Marco Trabucchi (professore di Neuropsicofarmacologia, presidente della Associazione Italiana di Psicogeriatria (www.psicogeriatria.it), sostiene che intervenire presto, anche con strategie non farmacologiche (stimolazione cognitiva, attività sociale, gestione dei fattori di rischio come solitudine, malattie cardiovascolari, stile di vita), può rallentare il declino delle funzioni cognitive.

 

Nel suo libro “Vecchiaia e salute cognitiva. Un impegno umano, clinico e sociale” (Edizioni Il Mulino) si parla proprio dell’“invecchiamento in salute” come un progetto che deve essere condotto nel rispetto della complessità della vita umana, la cui evoluzione è un fenomeno caratterizzato dall’interazione tra aspetti biologici, clinici, psicologici, sociali, organizzativi.

 

La diagnosi precoce e l’intervento tempestivo sono fondamentali: sapere cosa cercare permette di rivolgersi al medico non appena compaiono segnali sospetti, aumentano le possibilità di rallentamento del decorso o, almeno, di corretta pianificazione del supporto.

 

Riconoscere presto ciò che cambia consente di mettere in atto strategie compensative, adattamenti ambientali, aiuti concreti che mantengano la dignità e la partecipazione della persona alla rete sociale di appartenenza. La conoscenza delle malattie e delle sue prime manifestazioni permette al paziente e alla sua famiglia di pianificare e condividere le decisioni relative alla cura, all’assistenza, all’ambiente, evitando reazioni di panico o scelte affrettate.

 

Infine, permette di supportare le famiglie e chi si prende cura delle persone ad imparare a gestire al meglio il percorso e ridurre il senso di colpa attivando risorse di sostegno adeguate.

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